Bonito (189)Bonito, 04 Novembre 2014.

L’amministrazione comunale in occasione della “Festa dell’ unità nazionale e Giornata delle forze armate” ha voluto deporre, all’interno della villa comunale, ai piedi del monumento eretto alla memoria dei caduti della 1^ e 2^ guerra mondiale, una lapide commemorativa in memoria delle 12 vittime del bombardamento  del 10 settembre 1943, ove persero la vita 12 cittadini bonitesi.


10-09-1943 – Poesia in dialetto Bonitese di Luigi Pagliuso dedicata alle vittime del bombardamento del 10 settembre 1943

 

La storia

Di Valerio Massimo Miletti (consigliere comunale – con delega alla cultura)

Trentatrè aerei oscurarono il cielo: pioggia di bombe, distrutta via Roma.

Bonito – Incontro Urbano Di Pietro, così per caso, insieme ad altri amici, in una fresca sera dei primi di settembre. Lo conosco già di nome perché zio di un caro amico d’infanzia, ma non ho mai avuto occasione di incontrarlo di persona. Non è cosa facile perché, avrà modo di raccontarmi poi, è emigrato negli Stati Uniti nel lontano 1947. Vive sei mesi a Boston e sei mesi in Florida, inseguendo la mitezza del clima e suscitando di certo un po’ di invidia nel sottoscritto e credo nella maggior parte degli astanti. E’ un bel signore distinto ed abbronzato, dai capelli bianchi, (la sua loquacità lo porterà a confessare che è prossimo al compimento degli 84 anni), e parla un perfetto italiano senza inflessioni americane, ed anche il dialetto, seppure da sessantasei anni negli States, perché si è occupato per molto tempo di programmi radiofonici per italiani.

Ultimamente viene spesso a Bonito, suo paese natale, perché ha ultimato la ristrutturazione della casa paterna e mi dice che si tratterrà ancora per qualche settimana. Altrettanto per caso inizia a raccontare quel che ricorda del bombardamento americano inflitto al paese di Bonito e ai suoi abitanti il 10 settembre 1943. Ha dei ricordi molto nitidi e dice di rammentare i fatti come se fossero appena avvenuti. Oltretutto ci rendiamo conto di essere nella ricorrenza del 70° anniversario. Ma ripercorriamo gli eventi. Era di venerdì mattina, intorno alle 11,00, e lui si trovava su un albero di fico per una “colazione”: pane appena sfornato e fichi.

Davvero una prelibatezza, confessa, che ama molto ancora adesso. Ad un tratto iniziò a sentire un rombo lontano provenire da chissà dove; poi il rumore si fece sempre più nitido e più vicino ed alzando gli occhi al cielo vide una straordinaria quantità di aerei (ben 33) di un metallo lucente rallentare, e quasi fermarsi, proprio sopra il paese. Subito dopo una pioggia di bombe iniziò a cadere su Bonito provocando un rumore fortissimo, un gran polverone e purtroppo diversi morti e feriti. La zona colpita fu quella centrale del corso principale, via Roma (nella foto com’era prima di quel giorno), e due strade che scendono dalla piazza in direzione opposta, vico Elena e via Cairoli.

Ci fu un fuggi fuggi generale e ci si può immaginare il terrore di cui si impadronì la popolazione. Il nostro protagonista fortunatamente rimase illeso anche se una scheggia gli passò proprio vicino andando a troncare un pero che si trovava a poca distanza da lui. Tuttavia i morti, tutti anziani, donne o bambini, furono dodici e molte le case sventrate e ridotte ad un cumulo di macerie. Un vera tragedia anche perché inaspettata. Bonito non era di certo un obbiettivo sensibile, non aveva depositi di armi o di munizioni, non vi erano tedeschi. Probabilmente il bombardamento fu un’operazione strategica, peraltro compiuta anche a danno di altri paesi dell’Irpinia, poiché in quello stesso giorno gli Alleati avevano iniziato lo sbarco a Salerno ed era abitudine, come ha avuto modo di affermare Federico Moscati, altro testimone oculare della tragedia, far precedere dei bombardamenti nell’entroterra per impedire spostamenti di truppe.

Moltissimi furono i bonitesi che, avendone la possibilità, si rifugiarono in campagna in alloggi di fortuna, vecchi casolari, case coloniche oppure ospiti di parenti, ed anche Urbano racconta ancora di essersi rifugiato subito dopo con la sua famiglia in campagna, in casa del cugino, presso il quale si sentirono più protetti e al sicuro. Lo shock era stato enorme. Lo spavento e la vista di quei morti, adagiati poi tutti nella chiesa madre del paese lo segnarono per diverso tempo, provocandogli insonnia ed inappetenza. Ricorda ancora di un’anziana donna sprofondata insieme al solaio della sua casa, e rimasta appesa a testa in giù, o della signora uccisa con il suo bambino di due anni, tenuto in braccio mentre si trovava dalla madre per una visita.

Ricorda i soccorritori, il parroco, il medico, scavare con le mani per liberare morti e feriti. Ma la vita in campagna scorreva più tranquilla, anche se il terrore di altre rappresaglie non induceva ad abbassare la guardia. Altre volte, infatti, ci furono mitragliamenti americani volti a scovare eventuali presenze nemiche. Effettivamente, nei giorni successivi arrivarono dei tedeschi in ritirata, che in linea di massima non crearono problemi, anzi si comportarono sempre bene, chiedendo ai civili solo un po’ di cibarie. Urbano prosegue raccontando che nei pressi della casa di suo cugino si accamparono dei soldati, proprio sotto una grande quercia, e dell’amicizia che nacque con uno di loro.

Era austriaco, si chiamava Guido (o almeno questo era il nome corrispondente in italiano) e con il suo commilitone cercava indumenti civili per poter scappare con tranquillità. Dopo un po’ di tempo iniziarono a comprendersi, imparando l’uno qualche parola nella lingua dell’altro, ed il soldato gli raccontò di un’accorata lettera ricevuta dalla madre e della sua sensazione di non avere più la possibilità di rivederla. Poi partirono ed il suo commilitone, tornato indietro dopo un paio di giorni per recuperare i fili stesi per le comunicazioni, avvisò Urbano della morte del suo amico, rimasto vittima di un bombardamento durante lo spostamento verso Benevento.

Il sesto senso del soldato era risultato giusto, e grande fu la sorpresa ed il dispiacere del giovane amico bonitese nell’apprendere la notizia. Poi i ricordi corrono ad un altro episodio, quello in cui un aereo americano, di ritorno da una missione in formazione da dodici, fu colpito da una contraerea tedesca. Un fumo denso iniziò a sprigionarsi dalla coda, attirando l’attenzione sua e di altre persone che si trovavano su via Belvedere, segno certo di un danno irreparabile. L’aereo, infatti, in pochi secondi iniziò a perdere quota e si schiantò al suolo dopo poco; due o tre dell’equipaggio fecero appena in tempo a lanciarsi col paracadute. La zona doveva essere più o meno nel territorio di Frigento e così iniziarono a correre verso quel luogo per seguire da vicino l’accaduto. Vi giunsero trafelati dopo qualche ora, all’imbrunire, attraversando la campagna e guadando il fiume, e trovando ancora l’aereo in fiamme in un campo di granturco.

Il pilota giaceva al suo posto, senza vita, e anche i paracadutati erano stati freddati dai tedeschi e spogliati dalla popolazione circostante che aveva bisogno delle loro scarpe, dei giubbotti e dell’abbigliamento in genere. Alcuni carretti, trainati da buoi, si apprestavano a portar via i cadaveri per dar loro una compassionevole sepoltura. Inutile dire che anche questo episodio suscitò nel nostro, grande emozione e turbamento che durò per molto tempo ancora. Pochi anni dopo, nel 1947 come già detto, Urbano Di Pietro preferì seguire il padre negli Stati Uniti a bordo della nave Saturnia, conseguendo un considerevole successo personale nel lavoro e nelle relazioni sociali, e accantonando i brutti ricordi di quel bombardamento del ’43 che, tuttavia, non lo hanno mai più abbandonato. Non posso fare altro che ringraziarlo per i suoi racconti e rallegrarmi per aver fatto la sua conoscenza.