Luigi Cassitto

Luigi Cassitto nacque a Bonito il 22 febbraio 1829 da Romualdo e da D. Maria Giuseppa Cassitto. Fu d’intelligenza sveglia e di spirito vivace, pronto all’osservazione acuta ed al frizzo salace. I suoi versi satirici furono largamente conosciuti dai suoi contemporanei che lo apprezzarono come poeta popolare nato. Luigi fu infatti un autodidatta. Colpito da una forte miopia all’età di circa dieci anni, fu costretto ad abbandonare le scuole. S’istruì tuttavia, leggendo avidamente i volumi della ricca biblioteca dei suoi antenati ed, appena quindicenne, cominciò a poetare tanto in lingua italiana quanto in dialetto. In quest’ultimo diventò particolarmente provetto, tanto che il poeta napoletano Giulio Genoino lo ebbe a cuore e lo onorò della sua protezione. Alla morte di costui, avvenuta nel 1859, Luigi pubblicò nel “Poliorama Pittoresco” un capitolo “picciuso” in versi martelliani.

A Napoli, dove si stabilì verso il 1858, fondò e diresse il trisettimanale “Il Pazzo”, scrivendo anche per il Poliorama Pittoresco, l’Omnibus e l’Iride. La sua vena agile e sarcastica gli procurò notorietà, ma anche fastidi e processi. Nel 1859 le sue idee liberali gli procurarono l’arresto e quindi l’allontanamento da Napoli. Ritiratosi a Bonito, si approfondì nello studio del violino, riuscendo a dare applauditi concerti a Salerno, Avellino, Benevento ecc. Nel 1882 fece rinascere in Ariano il suo giornale “Il Pazzo”, questa volta in edizione settimanale, anziché trisettimanale.

Nello stesso anno fondò e diresse in Avellino “La lanterna magica” che, dietro querela del marchese Sambiase, gli procurò un processo, finito tuttavia con assoluzione. Le sue idee politiche lo spinsero a fondare e dirigere, l’anno seguente, in Avellino, i due settimanali “La Tempesta” e “Lo scommogliazelle”, con i quali sostenne la candidatura elettorale del cugino Federico Capone. Ma la fama del Cassitto resta legata ad un volumetto di “Versi” che, appena furono stampati nel 1876 dalla tipografia Castelluccio di Ariano Irpino, andarono letteralmente a ruba. Il sarcasmo pungente di D. Luigi “Lo scocciato” (era questo il suo pseudonimo) deliziò non solo i nostalgici ed impenitenti borbonici ma anche i papalini e tutti i delusi dal governo della nuova Italia. Anche se un po’ trascurati nella forma e monotoni nella sostanza, forse perché improvvisati, i suoi versi piacquero per la genialità e la carica umoristica di cui erano impregnati.

Ogni suo detto o scritto doveva contenere un’arguzia; perfino la lode si faceva più ricca con qualche punzecchiatura. La sua satira risparmiò soltanto Pasquale Stanislao Mancini, per il quale nutriva una stima, tanto da andare ad ossequiarlo personalmente tutte le volte che il grande statista irpino si recava nella sua natia Castelbaronia. Stabilitosi in Bonito, Luigi cominciò a collaborare assiduamente al giornale umoristico napoletano “S. Carlino” diretto da Leopoldo Spinelli e a preparare per le stampe altri versi. Ma la morte lo colse il 15 agosto 1889 quando avrebbe potuto esprimere il meglio della sua maturità artistica. Fu l’ultimo spazzo luminoso della sua gloriosa famiglia Cassitto.

“Li miedici…” Mo’ che le ciucce so dotture E li puorce so tutte professure, Pe n’assempio: si vuje l’annumerate Li miedece so cchiù de li malate!

 

Tratto da “LA STORIA DI BONITO” 2° edizione di Carlo Graziano