Primo di quattro figli, Michele D’Ambrosio nasce a Bonito il 2 settembre 1944 da Mario e Nunziata Franchini, stimati sarti e “maestri” di tanti giovani apprendisti. Dopo aver frequentato il liceo classico di Dentecane con brillanti risultati, si iscrive alla facoltà di filosofia dell’università di Firenze.
La lettura degli illuministi francesi e la frequentazione della grande cultura tedesca – filosofica, ma anche letteraria e musicale – gli permettono di formarsi una coscienza laica e di scoprire le grandi contraddizioni della storia e soprattutto del mondo che lo circonda. Scopre così la sua vocazione politica.
Ritornato a Bonito, dopo un breve soggiorno in Toscana, con un gruppo di compagni, apre la sezione della Camera del Lavoro e poi quella del PCI, entrambe dedicate a Giuseppe Di Vittorio. Inizia uno scontro duro con il sistema di potere covelliano e iniziano le prime vere lotte: con i braccianti per l’applicazione delle norme contrattuali e con gli operai dell’autostrada per il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione.
Intanto a Napoli, dove continua i suoi studi, non esita a porsi al fianco dei ceti più bisognosi in lotta per il diritto alla casa e a battersi insieme ad altri studenti  per una gestione democratica della mensa universitaria. Attività queste che gli procurano un ingiusto arresto.
Nel 1970 ritorna in Toscana, a Prato stringe amicizia con un gruppo di compagni,  tra i quali c’è anche Claudio Martini, che sarà poi governatore della Regione.
La passione per l’impegno politico lo assorbe totalmente e lo induce ad abbandonare gli studi e a dedicarsi completamente al partito.  Antonio Bassolino, in seguito governatore della Campania, lo invita a tornare ad Avellino a dirigere la Federazione comunista irpina.
Dal 1975 al 1981 è Segretario provinciale del partito, che guida con mano sicura, elaborando una linea politica dall’alto profilo morale e culturale, chiara e senza tentennamenti, ponendo la questione dello sviluppo delle zone interne  come questione nazionale, in antagonismo alla visione provincialistica del sistema di potere democristiano che fa capo a Ciriaco De Mita.
Dotato di notevoli capacità oratorie, fa sentire la sua voce in tutte le piazze della provincia di Avellino e in molte altre della Campania, diventando una figura carismatica  del PCI irpino, tanto da essere soprannominato il “Vescovo rosso”.  Testimonianze importanti della sua capacità di dirigente politico e di uomo di cultura, si trovano nelle relazioni congressuali, veri e propri saggi di cultura politica, e nei vari scritti  pubblicati sulla prestigiosa Rinascita, rivista nazionale del partito, e su diversi giornali locali.
Nel 1982 è chiamato a far parte della segreteria regionale, nella quale resterà fino al 1983 quando sarà eletto per la prima volta Deputato alla Camera.
Nel corso dei suoi due mandati a Montecitorio (1983-1992)  non si risparmia nel profondere impegno prima nella commissione parlamentare della pubblica istruzione e poi nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulla ricostruzione post-terremoto, denunciando, in questa sede, sia la presenza della camorra  nella ricostruzione, sia, più in generale,  gli sprechi, le irregolarità e la corruzione del sistema di potere democristiano operante nell’avellinese (“Irpiniagate”). Un impegno documentato dagli Atti  parlamentari, dai suoi numerosi interventi in Commissione e in aula e dalla stima che si va guadagnando da parte dei suoi colleghi e in particolare dell’on. Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della commissione e in seguito Presidente della Repubblica.
È, inoltre, membro del Comitato Centrale e della Direzione Nazionale del PCI al cui interno conosce e collabora con i più prestigiosi dirigenti del partito: da Enrico Berlinguer a Pietro Ingrao (del quale per temperamento, cultura, passione e radicalità di idee, può essere considerato un vero e proprio allievo), da Massimo D’Alema a Walter Veltroni, a Giorgio Napolitano, attuale Presidente della Repubblica.
Nel 1991, pur schierandosi, insieme a Ingrao, Natta e altri, contro lo scioglimento del PCI, decide di aderire al PDS, poi DS, di cui sarà Presidente ed eminenza “rossa” fino al marzo del 2007, quando nel corso del IV Congresso provinciale diessino, con un intervento per certi versi memorabile, lancia, dopo una lunga battaglia, l’ultimo strale  (una sorta di anatema, secondo il colorito linguaggio della stampa) contro il nascente Partito Democratico.
Il giorno dopo si è già rimboccato le maniche per riorganizzare la sinistra del partito che condurrà poi in Sinistra e Libertà.
Si spegne a Roma il 21 ottobre 2010, le sue spoglie riposano nel cimitero di Bonito.
Salvatore La Vecchia