Incastonata nella parete laterale destra della Chiesa Madre, un’urna maestosa dalle dimensioni m. 2 x 2 x 0,76, in perfetto stile rococò, tutta indorata, custodisce il fragile e piccolo corpo di un fanciullo martire chiamato Crescenzo.
Questo nome augurale, auspicio di crescita non solo fisica, ma soprattutto spirituale e morale, si trova già nel Nuovo Testamento, esattamente al capitolo 4, versetto 10 della seconda lettera di S. Paolo a Timoteo, nella grafia greca, (Kreskes), resa in latino con Crescens ed in italiano con Crescente o Crescentino o Crescenziano. Altra variante latina è Crescentius, resa in italiano con Crescenzio o Crescenzo. (Il nostro santo fu all’inizio chiamato Crescenzio; poi, dalla seconda metà dell’Ottocento, la grafia mutò in Crescenzo, mentre è ancora chiamato “Crescenzio” nel linguaggio popolare).

Questo nome, presente nel Nuovo Testamento e presso i Padri Apostolici (S. Policarpo martire, nella sua “Lettera ai Filippesi”, scrive: “Ho dettato questa lettera a Crescente”), fu preso da molti cristiani e da molti martiri. Così abbiamo S. Crescentino (detto anche S. Crescenzio), martire, figlio di Eutimio, soldato romano, esiliato sotto Diocleziano, il quale si ritirò in solitudine presso Tiferno (l’odierna Città di Castello, in provincia di Perugia) e lì predicò il Vangelo; fu imprigionato, torturato e decapitato a Saldo il 1°giugno del 287.

Un altro S. Crescenzio fu decapitato a Roma e seppellito lungo la Via Salaria. Il suo corpo fu portato a Siena nel 1058 e ne divenne patrono minore, con festa al 5 settembre (nel Martirologio Romano è ricordato il 12 settembre). E’ stato spesso confuso col precedente che si festeggia il 1°giugno, e gli è stata attribuita la festa al 14 settembre.

S. Crescenzo martire

Una reliquia di un Crescenzo (non si sa quale) si conservava nella Chiesa Madre di Bonito, secondo quanto scrisse l’arciprete Antonio Battagliese nella Platea del 1727. L’elenco dei santi con questo nome (anche al femminile: Crescenzia) potrebbe ancora continuare; esso, anzichè creare confusione, dovrebbe insegnarci come i primi cristiani erano affascinati da questo nome beneaugurale (nomina sunt omina) da imporlo ai loro figli
A Roma, verso la fine del terzo secolo, in una famiglia in cui il Vangelo era vita vissuta ogni giorno, anche in mezzo alle persecuzioni più feroci come quella di Diocleziano, nacque il nostro S. Crescenzo. Di lui sappiamo con certezza solo queste brevi notizie che si desumono dall’iscrizione trovata sulla sua tomba:

CRESCENTIUS QUI VIXIT AN XI
MATER CUM METU POSUIT
(Crescenzio (o Crescenzo) che visse 11 anni.
La madre con trepidazione pose)

Il linguaggio scarno dell’iscrizione c’induce a pensare che essa sia tra quelle più antiche, e potrebbe risalire alla fine del terzo o al principio del quarto secolo, quando il messaggio delle lapidi era estremamente sobrio e si limitava a citare il nome del martire e la persona che aveva curato la sepoltura. Questa avvenne nell’agro Verano, nel cimitero di S. Ciriaca, la nobile matrona romana, che lì seppellì anche il corpo di S. Lorenzo Martire. Dal modo della sepoltura particolarmente curata, con iscrizione e simboli del martirio si dedurrebbe che la sua famiglia fosse distinta ed agiata. Le tombe dei poveri spesso rimanevano anonime, senza nessun segno di distinzione.Il fatto che solo lui e non la madre fosse martirizzato farebbe supporre che si trattasse di una colpa sua personale. Quale? Ogni ipotesi è buona.

Certamente in quei tempi anche i fanciulli e le fanciulle erano profondamente istruiti nella fede e si nutrivano quotidianamente dell’Eucaristia. Basti pensare a S. Tarcisio, S. Pancrazio, S. Agnese a Roma, S. Agata e S. Lucia in Sicilia, S. Eulalia in Spagna. Non escluderei l’ipotesi che S. Crescenzo, come S. Tarcisioo, abbia preferito farsi uccidere, anziché profanare o far profanare l’Eucaristia, oppure si sia rifiutato di sacrificare agli idoli. Forse sarà bastato il semplice fatto di essere un cristiano per ricevere la condanna, in quanto i Cristiani erano considerati “irreligiosi in Caesares” (= empi verso gli imperatori).

Il 24 febbraio 303 Diocleziano promulgò da Nicomedia un editto con cui si proibivano le riunioni dei Cristiani, si ordinava la distruziuine delle chiese e dei libri sacri, e s’imponeva ai Cristiani l’abiura della propria fede. L’anno seguente un nuovo editto imponeva a tutti i Cristiani dell’impero di offrire pubblicamente sacrifici agli dei pagani. Negli anni 303-305 furono martirizzati i fanciulli e le fanciulle sopra menzionati; è quindi probabile che in questi stessi anni fosse martirizzato anche il nostro S. Crescenzo. Con la distruzione dei libri sacri andò perduta la maggior parte delle “Passioni dei Martiri”, cioè di quei libri che contenevano gli Atti del Martirio, gli Atti del processo ed eventuali relazioni fatte dai testimoni presenti agli interrogatori ed all’esecuzione. Per S. Crescenzo, purtroppo, non abbiamo proprio niente. Questo, però, non deve stupirci, se pensiamo che le persecuzioni durarono a lungo, che moltissimi furono i cristiani uccisi e che era umanamente impossibile ricordare tutti i martiri della fede.

Lo stesso Tacito, pur limitandosi a descrivere solo la persecuzione di Nerone, non riesce a precisare il numero dei martiri, ma parla di una “moltitudine ingente” (”ingens multitudo” Tac. Ann.XV, 44). S. Giovanni, riferendosi alla persecuzione di Domiziano, scrive nell’Apocalisse:”le anime di coloro che furono immolati per la parola di Dio”(Ap. 6, 9) e Dione Cassio, riferendosi alla stessa persecuzione, scrive che “molti” furono i nobili Cristiani messi a morte da questo imperatore. S. Eusebio, descrivendo la persecuzione in Egitto, scrive:”…migliaia di uomini, donne e bambini, disprezzando la vita presente…soffrirono ogni tipo di morte” (Hist. Eccl., VII, iv seqq.)

L’iscrizione tombale ci presenta la figura forte e tenera della madre di S. Crescenzo che, sull’esempio della Madonna che, pur nello schianto del cuore materno, stava ritta in piedi presso la croce del suo figlio, ha soltanto trepidato dinanzi al piccolo testimone di Cristo che aveva confermato col sangue il patto del battesimo. Ha raccolto quel sangue, lo ha deposto in un’ampolla e, più che alla terra, ha affidato a Dio, eredità, corona e premio dei martiri, il corpo del suo bambino. La storia di questo piccolo-grande eroe della fede è mirabilmente racchiusa nella seconda strofa dell’inno “Deus tuorum militum” lì dove si dice: ”Poenas cucurrit fortiter – et sustulit viriliter – fundensque pro Te sanguinem – aeterna dona possidet” (Traduzione: “Affrontò da forte i tormenti e li sostenne virilmente; e, avendo versato il sangue per Te, ora possiede la ricompensa eterna”.)
E nel cimitero di S. Ciriaca, questo invitto soldato di Cristo ha dormito per cinque secoli, fino a quando P. Luigi Vincenzo Cassitto, nativo di Bonito, lo ha scoperto e portato al suo paese natale.

All’inizio del 1800, ai tempi della Repubblica Partenopea, P. Cassitto, moderato e conservatore per natura ed avverso ad ogni idea rivoluzionaria, era stato costretto ad allontanarsi dal convento domenicano di Napoli e a rifugiarsi in quello dei suoi confratelli di S. Maria sopra Minerva in Roma. Qui, in piena sede apostolica vacante (Pio VI era morto il 29 agosto 1799 a Valence e Pio VII sarebbe stato eletto il 14 marzo 1800 a Venezia ed incoronato il 21 marzo per poi venire a Roma solo il 3 luglio) P. Cassitto, come lui stesso scrisse, “ebbe per impegni di personaggi illustri il piacere di ricevere in dono per la cappella privata della famiglia Cassitto il corpo di S. Crescenzo Martire”.

La lettera di concessione della Segreteria Pontificia porta la data del 17 marzo 1800, quando cioè il papa, eletto appena tre giorni prima, non era stato ancora incoronato e non era ancora venuto a Roma per ascoltare le prediche del Cassitto e poi rimunerarlo col dono di un santo martire, così come una tradizione popolare abbastanza diffusa suole narrare i fatti.

L’esumazione del corpo di S.Crescenzo avvenne verso la fine di maggio, ed il Cassitto, da testimone oculare, così descrisse la scena: ”Col cuore ormai trepidante, io seguivo le operazioni di demolizione che non durarono a lungo per le ben piccole proporzioni della cripta. Rimosso il coperchio in assai poco tempo e demolite anche a seguito di pochi minuti le quattro pareti, ecco che lo scheletro sacro del piccolo fanciullo si offre in tutta la sua breve lunghezza alla nostra pupilla già umida di pianto.
Egli è tutto disteso su un lettuccio, così come lo adagiarono le materne braccia.

Il suo corpo, dal capo insino ai piedi, è bianchissimo più del candore della neve; il capo, circondato dalla corona della vittoria, poggia sulla destra mano, mentre la sinistra stringe la palma del martirio.
Ai suoi piedi è deposto il sangue da lui versato e dalla madre raccolto con tanta cura e con tanto amore. Ormai si potrebbe dire che non è morto, ma che tranquillamente dorma.

E, sotto questa cara e santa illusione, mi accosto più da vicino per abbracciarlo e coprirlo di baci, finchè più non lo permetta l’abbondanza delle lacrime. Il corpo di S. Crescenzi è intero, e racchiuso sotto le vesti e i veli l’ intero cranio, coi denti superiori e il mento con le mandibole, il torace colla parte superiore, nè nulla vi manca nè delle scapule, nè delle clavicole, nè delle vertebre, e di tutt’altro che ne forma l’ossatura; solo tre pezzetti di costole furono situati entro di un ostensorio. Nelle braccia sono adattati gli omeri, i cubiti coi loro radj, le palme e gli articoli delle dita scarne: nelle cosce vi sono i femori, e nelle gambe le due tibie co’ loro radj, ai quali si congiungono i piedi con tutta la loro articolazione. Si fece questo santo corpicciuolo vestire con un colobio ricchissimo, come S. Eutichiano papa determinò che si vestissero i martiri nel seppellirsi, al dire di Anastasio Bibliotecario. Ha la palma nella destra in segno del suo trionfo, la corona di verde alloro in fronte per lo stesso motivo, ed è in atteggiamento di giacere nel sonno dei giusti. Tutto il disegno, e la composizione fu eseguita dal Signor Antonio Magnani chirurgo pontificio”.

Dopo la composizione, il corpo del santo fu esposto alla venerazione dei fedeli nella chiesa di S.Maria sopra Minerva durante il periodo del triduo pasquale. I fedeli accorsi numerosi a pregarlo, gridavano:”Non facciamo uscir di Roma questo santerello”.
Ma il Cassitto, eludendo le loro aspettative, fece imbarcare l’urna sul Tevere per dirigersi verso Napoli. Purtroppo, lì dove il fiume s’immette nel mare, una violenta tempesta minacciò di far sommergere la nave. Portata a prua l’urna venerabile, le acque si calmarono e si potè riprendere il viaggio. In poco meno di sei ore si giunse a Napoli e si depositò l’urna nella chiesa domenicana di S. Pietro Martire. Anche qui l’afflusso dei fedeli fu notevolissimo, tanto da ottenere dalla Corte l’ordine di non lasciar partire il corpo del Santo. Solo dopo due mesi l’abilità diplomatica e le aderenze a Corte del Cassitto riuscirono a far revocare l’editto e ad ottenere il permesso di portare a Bonito, di notte tempo, il santo fanciullo.

Giunta nel nostro paese, l’urna benedetta fu collocata nella chiesa francescana di S. Antonio e lì rimase, affinchè il popolo si preparasse, mediante una santa missione predicata, a ricevere degnamente e solennemente il santo nella Chiesa Madre.
Il 27 luglio avvenne la solenne traslazione con messa pontificale celebrata dall’abate di Apice e con un solenne panegirico recitato dallo stesso Padre Cassitto.

Il 13 luglio Federico Cassitto, a nome di suo fratello P. Luigi Vincenzo e di tutti gli altri componenti la famiglia, aveva fatto dono del corpo del Santo all’Arciconfraternita della Buona Morte. Questo gesto, di per sé nobile e generoso, lo sarebbe stato ancora di più, se non fosse stato condizionato dal rilascio dell’urna da parte dei napoletani “del Molo picciolo e convicini”, e non fosse stato accompagnato da patti e clausole in verità poco onorevoli. Per fortuna il tempo è stato galantuomo ed ha fatto giustizia di questi vincoli.

Durante il terremoto del 21 agosto 1962 la Provvidenza Divina risparmiò sia la cappella di S. Crescenzo, sia la chiesa dell’Oratorio che la ospitava. Ma successivamente la sapienza umana le distrusse entrambe.
Ora, per purificare il passato, sarebbe auspicabile almeno restituire a S. Crescenzo la cappella che aveva, affinchè si possa in essa venerarlo adeguatamente tutti i giorni dell’anno e non solamente la prima domenica di agosto.

Da “Itinerari bonitesi” di CARLO GRAZIANO